Chi siamo? Cosa vogliamo?

Il bocconiano furioso è un universitario in lotta contro il mondo, contro le idee imposte e trangugiate a forza. È un esemplare raro, uno che non va ai recruitment delle banche di investimento e non si emoziona per i gadget della JP Morgan. Lui perde tempo. E come lo perde questo tempo? Lo perde a pensare. E a leggere, magari Polanyi o Keynes.

Il bocconiano furioso è come Orlando. Come l’eroe rinascimentale, non è malleabile, non si piega, non sa assecondare il gioco volubile e capriccioso della sorte. Il bocconiano furioso non accetta la realtà effettuale, non si sa adattare. Pensa altri mondi, altre realtà, un’altra politica economica. Per gli altri è un pazzo, o un sognatore nel migliore dei casi.

Quando teorie trite e ritrite gli vengono ripetute come una litania nel corso degli anni universitari, lui mette in atto una ribellione intellettuale. E questa ribellione non può che svolgersi nel furore. Lui vorrebbe vivere in una calma atarassica e stoica, ma non può. La realtà glielo impedisce. La realtà lo costringe a lottare contro essa stessa.

Nel clima intellettuale di oggi si sente soffocato, ridotto a un ingranaggio di un meccanismo più grande di lui.

Il bocconiano furioso lotta contro l’assuefazione, contro l’idea che un certo stato di cose sia ineluttabile. Non si può abituare alla disoccupazione a doppia cifra, alle disuguaglianze abnormi, alla malafede economica, alla menzogna, al ristagno intellettuale, a un Paese in declino, a un mondo sfruttato.

Sfogliando Federico Caffè, gli si illuminano gli occhi quando legge: “Lo stato di cose originato dalla crisi del 1929 suscitò un clima intellettuale di “furore”, mentre quello odierno rafforza ogni giorno inclinazioni grossolanamente conservatrici e, soprattutto, tendenze insidiose all’assuefazione”.

È quel furore che il nostro bocconiano vorrebbe risvegliare, è in un’atmosfera di dibattito vivace, anche feroce, che vorrebbe vivere, è risvegliare le coscienze e le menti il suo obiettivo.

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